Gli angeli parlano sottovoce…
Ci sono parole che tutti usiamo, parole che crediamo di capire ma che, se le osserviamo da vicino, in realtà non significano quasi nulla — o meglio, significano troppe cose allo stesso tempo, diventando una sorta di incognita matematica su cui proiettiamo spiegazioni che ci permettono di credere di aver capito qualcosa quando, in realtà, abbiamo semplicemente dato un nome alla nostra ignoranza.
Una di queste parole è magia.
Il pensiero magico esiste probabilmente da quando esistono gli esseri umani e, in fin dei conti, nasce da un meccanismo molto semplice: osserviamo una relazione tra due eventi, non riusciamo a comprendere il nesso di causa-effetto tra di essi e, non sapendo come spiegare ciò che vediamo, ricorriamo alla magia; poi, quando finalmente scopriamo il meccanismo, quella stessa relazione cessa immediatamente di essere magica e diventa scientifica.
Qualcosa di simile è accaduto per secoli con la parola “Dio”: di fronte a un fenomeno che non potevamo né controllare né comprendere, ne attribuivamo la causa a un’entità superiore, e il progresso della conoscenza scientifica ha gradualmente sollevato Dio da un numero notevole di compiti meteorologici, astronomici, biologici e medici.
Un’altra di queste parole è intuizione.
Quando giungiamo a una conclusione senza riuscire a spiegare i passaggi che ci hanno portato a essa, diciamo di aver avuto un’intuizione; e poiché la risposta sembra emergere da una parte di noi stessi che non controlliamo direttamente, il passo da lì al mistero, alla magia o alla trascendenza è sempre stato molto breve.
Non è un caso che l’idea di ricevere informazioni da una fonte «superiore», o almeno da qualche parte al di fuori della normale coscienza razionale, compaia praticamente in ogni cultura: «intuizione» deriva dal latino *in-tuire*, che significa ricevere un insegnamento dall’interno; il genio, prima di diventare sinonimo di una persona eccezionalmente intelligente, era uno spirito capace di ispirare e suggerire; il daimonion di Socrate era quella misteriosa voce interiore che, in determinate circostanze, lo metteva in guardia soprattutto da ciò che non avrebbe dovuto fare; e, più in generale, la storia delle religioni, delle filosofie e delle pratiche contemplative è ricca di immagini create per descrivere qualcosa che gli esseri umani hanno evidentemente sperimentato da moltissimo tempo.
Naturalmente, tutto ciò può essere interpretato in termini mistici, ma non siamo obbligati a farlo, perché esiste una spiegazione molto più immediata: una parte enorme della nostra attività mentale si svolge completamente al di fuori del controllo razionale e produce continuamente risposte comportamentali, valutazioni, scelte, previsioni, associazioni e interpretazioni senza che noi sappiamo esattamente attraverso quali meccanismi siano state costruite.
Quando la risposta è particolarmente rapida, significativa o apparentemente inspiegabile, la chiamiamo intuizione.
Sappiamo più di quanto sappiamo di sapere
L’idea che una parte enorme del nostro cervello funzioni perfettamente senza consultare la nostra coscienza può risultare leggermente inquietante, soprattutto perché siamo molto legati all’idea di essere creature razionali che decidono consapevolmente ciò che fanno, ma basta un attimo di riflessione per rendersi conto che difficilmente potrebbe essere altrimenti.
Il nostro organismo non chiede la nostra opinione quando regola la temperatura corporea, la circolazione, la digestione, l’equilibrio, la postura e migliaia di altri processi; né molte delle attività che consideriamo volontarie richiedono che noi sappiamo qualcosa dei meccanismi coinvolti.
Immaginiamo, ad esempio, di voler costruire un sistema meccanico in grado di intercettare un oggetto lanciato nello spazio: avremmo bisogno di informazioni sulla velocità iniziale, la direzione, l’accelerazione, la posizione del meccanismo di ricezione, il tempo necessario per raggiungere il punto di intercettazione e un numero considerevole di altre variabili; eppure, quando qualcuno ci lancia una palla, riusciamo a prenderla abbastanza facilmente senza risolvere consapevolmente una sola equazione, e possiamo essere certi che se provassimo a controllare razionalmente ogni singolo passo, la palla ci colpirebbe in faccia prima di aver mosso un solo muscolo.
Ciò significa semplicemente che possediamo meccanismi estremamente raffinati, sviluppati nel corso di milioni di anni di evoluzione, che ci consentono di interagire con l’ambiente in modo efficace, rapido e spesso in modi ben più sofisticati di quanto la nostra mente cosciente potrebbe gestire.
Significa anche che la stragrande maggioranza di questi meccanismi sono molto più antichi del pensiero razionale stesso, al punto che li condividiamo, in forme diverse, con moltissime altre specie animali.
Il problema sorge quando, impressionati dagli straordinari risultati ottenuti dal pensiero razionale nella scienza e nella tecnologia, iniziamo a credere che la razionalità debba quindi essere lo strumento migliore per affrontare ogni tipo di problema, dimenticando che il nostro cervello non è nato in un laboratorio, non è stato progettato da un ingegnere e, soprattutto, non è una macchina che analizza freddamente dati neutri: al nostro interno coesistono istinti ancestrali, emozioni, automatismi, ricordi, condizionamenti, associazioni, paure, desideri, aspettative e un’enorme quantità di informazioni accumulate nel corso della vita, e il risultato di tutta questa attività sotterranea spesso raggiunge la coscienza già confezionato sotto forma di una sensazione, un impulso, un’attrazione, una diffidenza o una decisione.
A questo punto, tuttavia, dobbiamo fare una distinzione fondamentale, perché il fatto che gran parte dei nostri processi mentali avvenga al di fuori del controllo cosciente non significa che tutto ciò che “sentiamo” sia corretto e, soprattutto, non significa che ogni pensiero che appare all’improvviso debba essere trattato come un messaggio dell’Universo.
Altrimenti, ogni paura diventerebbe una premonizione, ogni desiderio un richiamo del destino e ogni antipatia personale una prova incontrovertibile che «il mio intuito mi dice che questa persona ha un’energia negativa».
La domanda interessante, quindi, non è se l’intuizione sia vera o falsa, mistica o scientifica, razionale o irrazionale; la vera domanda è da dove provenga ciò che chiamiamo intuizione e quanto possiamo fidarci delle informazioni su cui si basa.
Una sensazione apparentemente inspiegabile può sorgere perché abbiamo inconsciamente rilevato decine di piccoli segnali: un’esitazione nella voce di qualcuno, un’incoerenza tra parole e postura, un cambiamento quasi impercettibile nell’espressione facciale, qualcosa che non siamo riusciti a portare alla consapevolezza cosciente ma che il cervello ha comunque registrato. Ma può anche derivare da una vecchia esperienza, da un’associazione del tutto arbitraria, da una paura infantile o da un processo di condizionamento che non ha più nulla a che vedere con la situazione attuale.
Posso avere la sensazione che qualcuno non sia affidabile perché ho inconsciamente notato una serie di veri e propri segnali di allarme, oppure perché quella persona assomiglia vagamente a qualcuno che mi ha tradito vent’anni fa: dal punto di vista interiore, le due sensazioni possono essere assolutamente identiche, ed è qui che le cose si fanno interessanti.
L’intuizione può essere esperienza condensata
Per molte decisioni, in particolare quando abbiamo accumulato una notevole esperienza in un determinato campo, l’intuizione può rappresentare una forma di elaborazione straordinariamente efficiente: un musicista esperto percepisce immediatamente che qualcosa non va, un medico può intuire che un quadro clinico «non quadra» prima ancora di riuscire a spiegare esattamente perché, un imprenditore può avvertire che una trattativa sta prendendo una brutta piega grazie a centinaia di esperienze precedenti che non è necessario richiamare alla mente una per una.
In tali casi, l’intuizione potrebbe essere descritta come esperienza condensata, un’enorme quantità di informazioni trasformata in una sensazione sintetica.
Lo stesso meccanismo, tuttavia, può produrre errori sistematici quando i dati originali sono errati, quando le esperienze precedenti sono irrilevanti per la situazione attuale, o quando il cervello continua ad applicare strategie che erano utili in passato a circostanze che ora sono completamente diverse.
Per questo motivo, trovo altrettanto ingenua sia la posizione di chi considera l’intuizione una sorta di facoltà soprannaturale infallibile, sia quella di chi la liquida come irrazionale e ritiene che debba sempre essere sostituita dal calcolo cosciente.
Ragione e intuizione non sono nemiche e, soprattutto, non sono alternative: il pensiero razionale ci permette di verificare, confrontare, correggere, misurare, costruire modelli e valutare le conseguenze; l’intuizione ci permette di elaborare rapidamente un’enorme quantità di elementi che sarebbe impossibile gestire consapevolmente.
La domanda intelligente non è quindi quale delle due dovremmo usare, ma quando, e per quale tipo di problema, abbia più senso usare l’una, l’altra o entrambe.
A volte la soluzione migliore è raccogliere informazioni, analizzarle razionalmente fino a un certo punto e poi lasciare che il problema si “depositi”, piuttosto che continuare a tormentarlo con un dialogo interiore senza fine; altre volte, è utile fare esattamente il contrario, ascoltando prima la risposta intuitiva e solo in seguito sottoponendola a una verifica razionale.
Ma c’è un ulteriore problema che oggi è molto più importante di quanto non lo fosse anche solo vent’anni fa: siamo immersi in una quantità di informazioni, stimoli, opinioni, immagini, pubblicità, notifiche e messaggi che nessuno dei nostri antenati avrebbe potuto immaginare, e ogni giorno qualcuno cerca deliberatamente di dirci cosa desiderare, cosa temere, cosa comprare, cosa pensare e persino quali emozioni provare.
A quel punto la domanda diventa quasi inevitabile:
Quello che proviamo è davvero intuizione, o semplicemente il risultato del bombardamento a cui siamo stati esposti?
- Desidero davvero quella cosa, o qualcuno mi ha insegnato a desiderarla?
- Quella paura appartiene alla situazione attuale, o mi è stata instillata da qualcun altro?
- Sto valutando sinceramente una persona, o sto semplicemente proiettando su di lei una vecchia esperienza?
- C’è davvero una logica dietro a ciò che sto facendo, o sto semplicemente costruendo un’elegante razionalizzazione per giustificare qualcosa che ho già deciso per ragioni che non voglio ammettere?
- Alla fine, perché questa è sempre la vera domanda: di cosa posso fidarmi?
Come facciamo a sapere quale voce è la nostra?
E qui, paradossalmente, torniamo al titolo: se vogliamo anche solo la minima possibilità di distinguere l’intuizione dal rumore, dobbiamo prima creare le condizioni in cui sia possibile sentire qualcosa che non stia urlando.
Il primo passo è il silenzio esterno, che significa interrompere, almeno temporaneamente, il flusso continuo di informazioni, opinioni, immagini, notifiche e stimoli con cui riempiamo ogni momento libero della giornata; il secondo, molto più difficile, è il silenzio interno, che significa rallentare quel dialogo ininterrotto attraverso il quale commentiamo, giudichiamo, interpretiamo, anticipiamo e discutiamo mentalmente quasi tutto ciò che accade.
Questo non significa smettere di pensare, cosa che probabilmente è comunque impossibile; significa smettere di intervenire immediatamente su ogni pensiero, lasciandolo affiorare senza trasformarlo istantaneamente in una storia, e osservare ciò che rimane quando il rumore si attenua. È curioso come certe risposte diventino più chiare proprio quando smettiamo di inseguirle.
Dopo aver raccolto le informazioni disponibili e aver svolto tutto il lavoro razionale possibile, spesso la cosa più intelligente da fare è un’altra: camminare, suonare, fare esercizio fisico, dormire, occuparci di qualcosa che non ha nulla a che vedere con il problema e permettere a quella parte della mente che continua a lavorare senza la nostra supervisione di svolgere il proprio compito indisturbata.
Poi, quando emerge qualcosa, possiamo ascoltarla.
Non obbedirle automaticamente, ovviamente, ma almeno concederle il diritto di esprimersi e solo in seguito chiedere alla ragione di svolgere il proprio compito: questa sensazione deriva dall’esperienza, dalla paura, dal desiderio, da vecchi condizionamenti, oppure ho percepito sinceramente qualcosa che non ero ancora riuscito a formulare?
Forse non sapremo mai del tutto da dove provengano certe risposte: possiamo chiamarle elaborazione inconscia, intuizione, genio, daimon, o usare qualsiasi altro nome preferiamo; e se qualcuno preferisce chiamarle angeli, personalmente non ho nulla in contrario: il nome, in fin dei conti, ha poca importanza.
Ciò che conta è ricordare che, se gli angeli parlano, lo fanno sottovoce…
by Bruno
