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Potere senza colpa, amore senza dubbi: la psicologia dell’istinto e del flow

Ti sei mai chiesto come sarebbe essere un lupo?

“Lo spirito del lupo non è malvagio, se non è malvagio l’uomo che lo ospita. Ed è bellissimo essere un lupo, no? Potere senza colpa, amore senza dubbi…”
Dr. Vijay Alezias, nel film “Wolf”.

Ti sei mai chiesto cosa si proverebbe ad essere un lupo? Che tipo di percezioni, sensazioni, emozioni e pensieri potrebbe avere mentre corre, salta, caccia, sbranando la preda, cercando una compagna o prendendosi cura dei suoi cuccioli? Con un po’ di immaginazione, non è difficile immaginare un’esperienza puramente sensoriale guidata dall’istinto.

Ma proviamo ad andare oltre: riusciamo a immaginare un lupo assalito dai dubbi, preda della paura e dell’indecisione? Un lupo che soffre di sensi di colpa mentre cerca di procurare cibo alla sua famiglia? O uno alle prese con dilemmi etici mentre lotta per assicurarsi il suo posto nel branco, magari per raggiungere la posizione di maschio alfa?

È difficile da immaginare, vero?

Perché gli animali non esitano

La figura del lupo ha un significato speciale per me, e forse un giorno — quando sarò dell’umore giusto — ne parlerò anch’io. Ma ciò che voglio dimostrare ora è che una serie di problemi psicologici con cui lottiamo quotidianamente (stress, ansia, dubbi, procrastinazione, ripensamenti, rimuginazioni, blocchi di ogni tipo) dal punto di vista di un animale non hanno il minimo senso: l’unico scopo di un animale è sopravvivere e riprodursi; possiede tutti gli strumenti per farlo e li usa al massimo delle sue capacità. Qualsiasi tipo di dubbio, esitazione, rigidità o blocco può solo portare a un calo delle sue prestazioni e, di conseguenza, a una riduzione delle sue possibilità di sopravvivenza.

Ho discusso il cosiddetto “stato di flusso” altrove: https://www.fluxogenics.com/the-flow-state/

Nutro grande ammirazione per il Prof. Csikszentmihaly, che negli ultimi 30 anni ha condotto studi approfonditi su questa particolare condizione psicofisica, e ho avuto l’opportunità di leggere gran parte del suo lavoro, che lo consacra come indiscussa autorità mondiale; tuttavia, mi sembra che gli manchi il coraggio di varcare la soglia oltre la quale le sue idee diventerebbero veramente rivoluzionarie. Vale a dire, egli si limita a descrivere le caratteristiche dello stato di flusso come se fosse qualcosa di straordinario e riservato a coloro che operano ad alto livello, senza osservare che si tratta di qualcosa di assolutamente naturale — anzi, dello stato più naturale possibile.

Ciò che intendo dire è questo: nonostante la nostra percezione di noi stessi come un “sé” indiviso, il cervello è in realtà composto da un vasto numero di parti diverse. Anche se ci limitiamo a una divisione estremamente basilare, incontriamo il concetto di emisfero destro ed emisfero sinistro (uno intuitivo, l’altro razionale, per semplificare al massimo); spostandoci verso il centro, troviamo prima il cervello “emotivo” e infine la parte più antica, il cosiddetto cervello rettiliano. Ciascuna di queste parti è a sua volta composta da un numero sbalorditivo di processi completamente automatici che ne determinano il comportamento.

Pensiero razionale vs prestazione automatica

Questi processi — che condividiamo con gli animali — funzionano perfettamente e hanno permesso la nostra sopravvivenza per milioni di anni, fino a quando non ha cominciato ad emergere una forma embrionale di struttura sociale, insieme a una forma rudimentale di ciò che chiamiamo coscienza razionale.

Di conseguenza, improvvisamente una serie di strategie – estremamente efficaci per la sopravvivenza nella giungla – non erano più adatte alla vita nella società che si stava formando: improvvisamente non ci è più permesso uccidere, picchiare, rubare e così via (almeno in teoria…)

Quindi oggi ci ritroviamo con un cervello e un corpo quasi interamente attrezzati per la sopravvivenza in un ambiente arcaico, e con una parte ridicolmente piccola – la corteccia, semplificando al massimo – che cerca come meglio può di controllare questi processi automatici che, dal suo punto di vista, sono scorretti. Infatti, l’intero processo educativo mira a trasformare un potenziale criminale e serial killer  (questo è di fatto un bambino di due anni…) in una persona in grado di convivere civilmente con gli altri rispettando le regole sociali.

A volte funziona, a volte no. Basta guardare il telegiornale per essere costretti ad ammettere che i risultati spesso lasciano molto a desiderare. Tuttavia, almeno un esito è certo: ci troviamo di fronte a un conflitto costante tra ciò che le parti più antiche del cervello ci spingerebbero a fare e ciò che la parte più recente – vale a dire la coscienza razionale – sostiene.

Stress, dubbi e conflitti interiori

Il risultato è costantemente sotto i nostri occhi: vogliamo una cosa ma finiamo per farne un’altra; ci ritroviamo intrappolati in un vortice di stress, paure, dubbi, rimuginazioni, ripensamenti e sensi di colpa; non sappiamo cosa vogliamo; e molto spesso ci sentiamo in balia di forze che ci spingono verso comportamenti di cui sappiamo in anticipo che ci pentiremo.

(Non a caso, tutte le religioni hanno in qualche modo personificato queste parti del cervello, attribuendo al diavolo o chi per lui i pensieri in conflitto con un presunto “sé” superiore; la psicoanalisi – pretendendo in questo modo di essere scientifica – non parla più di diavolo ma di inconscio, senza peraltro darci informazioni maggiori.)

Il cervello in guerra con se stesso

In tutto questo meccanismo, la mente razionale – quella di cui siamo così orgogliosi e che apprezziamo maggiormente – cerca di tenere sotto controllo tutti i processi, ovviamente non riuscendoci ma interferendo con le procedure automatiche e impedendo di fatto il funzionamente efficiente del cervello. Si comporta cioè come quei capiufficio – li conosciamo tutti – che passeggiano tra gli impiegati continuando a interferire, criticare e spiegare, con il risultato di complicare al massimo il lavoro e di impedire efficienza e produttività.

Sono cosciente di aver cercato – non so con quanto successo – di riassumere in poche righe un intero corso di psicologia evoluzionista, ma è stato necessario per spiegare meglio cosa intenda io con l’espressione “stato di flusso”: una situazione nella quale la parte superiore/razionale fissa un obiettivo, e poi si fa da parte lasciando che quelle parti del cervello che sono milioni (si, proprio così, milioni…) di volte più efficienti della coscienza razionale, facciano il loro lavoro e ottengano il risultato prefisso senza inutili interferenze.

Arti marziali e lo stato di flusso

Abbiamo così soddisfatto tutte quelle condizioni di chiarezza degli obiettivi, rilassamento, concentrazione, allineamento, fiducia, padronanza, non giudizio, ecc., che definiscono lo stato di flusso.

Nelle arti marziali tradizionali, dove l’efficacia doveva essere massimizzata, la maggior parte dell’allenamento è diretta proprio verso questo risultato: il guerriero deve essere in grado di scatenare tutta l’aggressività e la furia contro il nemico, e questo senza alcun accenno di pensiero critico che possa diminuirne l’efficacia, sapendo soprattutto che ciò significherebbe la morte.

Forse non è qualcosa che ci piace ammettere, ma questo è l’atteggiamento che ci ha permesso di sopravvivere ed evolverci fino ad ora; nei film di Walt Disney, il lupo è il cattivo e i porcellini sono i buoni: in natura, ognuno semplicemente svolge il proprio ruolo al meglio delle proprie capacità.

Lo stato naturale del flusso

In conclusione: lo stato di flusso non è altro che uno stato di massima efficienza, uno stato in cui ogni animale che vive nella giungla deve costantemente trovarsi se vuole mangiare e non essere mangiato, uno stato di assoluta concentrazione sull’obiettivo in cui tutte le componenti del cervello e del corpo funzionano in perfetta sinergia senza essere bloccate da dubbi e pensieri inutili.

E questo mentre la mente razionale — che, ovviamente, nessuno vuole escludere — svolge il lavoro per cui è stata creata, ovvero scegliere di tanto in tanto degli obiettivi e valutarne gli effetti sulla vita personale e sociale, ma senza compromettere l’efficienza del cervello.

Ovviamente, è più facile a dirsi che a farsi. Ma alcune tecniche derivate dalle arti marziali possono rivelarsi estremamente utili a questo proposito, e per scopi più pacifici e quotidiani.

La nascita della Fluxogenics

Ultimamente ho lavorato sodo per selezionare, tra le tecniche disponibili, quelle più immediatamente applicabili e più facili da imparare per chi non ha un background specifico, e le ho organizzate in un sistema che ho scelto di chiamare “Fluxogenics” (ovvero, ciò che produce lo stato di flusso), e le presenterò al pubblico il prima possibile.

Nel frattempo, prova a fare un po’ di auto-osservazione tenendo conto ciò che ho detto:

-Quanti dei tuoi pensieri sono veramente utili?

-Lo stress e l’ansia servono a qualcosa? I dubbi aiutano?

-La critica migliora le prestazioni?

-Oppure tutte queste ruminazioni intellettuali – meravigliose se usate al momento giusto – non sono altro che il più grande ostacolo che dobbiamo affrontare? Quello che ci dà la costante sensazione di essere i nostri peggiori nemici?

Quindi, ogni volta che la nostra mente ci tormenta con il suo chiacchiericcio incessante e ossessivo, proviamo a immaginarci come lupi che inseguono la preda… potere senza colpa… amore senza dubbi… non suona male, vero?

Buona caccia!

Bruno

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